Industry 4.0: senza investimenti e competenze fallirà

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Solo così si riuscirà a sostenere un comparto che contribuisce al 55% del nostro prodotto interno lordo

L’avvento dell’Industry 4.0 non è solo una rivoluzione tecnologia ma è la rivoluzione delle rivoluzioni. A pensarla così è il professore del Politecnico di Milano Marco Taisch, secondo cui il momento storico che stiamo vivendo è ben differente rispetto ai cambiamenti avvenuti in passato poiché molto più veloce e pervasivo. Una velocità che porta però con se numerose sfide per le industrie di ogni dimensione che si trovano a competere in un mondo tutto nuovo in cui la flessibilità è l’arma vincente.

L’introduzione della macchina a vapore, della corrente elettrica e dei plm, elementi portanti delle prime tre rivoluzioni industriali, è avvenuto in modo graduale, permettendo alle imprese di adattarsi nel corso degli anni. Ora non è più così: chi abbraccerà l’Industry 4.0 e lo farà nel più breve tempo possibile continuerà a rimanere sul mercato; altrimenti il pericolo concreto è quello di dover cessare l’attività” ha spiegato il professor Taisch.

Non mancano le difficoltà

Anche per chi deciderà di aprirsi ai nuovi paradigmi non sarà un compito facile in quanto le difficoltà sono molte. Basti pensare che le industrie non hanno più un solo elemento nuovo da dover gestire come avvenuto nelle precedenti rivoluzioni (vapore e corrente elettrica), ma devono interfacciarsi con cloud, big data, robotica, wearables, realtà aumentata, virtualizzazione, mobile e machine to machine, solo per citarne alcuni. Fattori questi che se sfruttati al meglio possono garantire significative opportunità, tanto da favorire un vantaggio competitivo rispetto agli altri attori.

Ed è per questo che la componentistica di oggi non può prescindere dall’inserimento di un cuore tecnologico che permette di rendere vivi i macchinari. Anche lato prodotto finito rendere connessi tutti i prodotti permettere all’azienda produttrice di poter comprendere meglio il loro utilizzo e una serie di altri elementi che influenzeranno positivamente sui progetti delle nuove release” ha spigato Claudio Carnino, Direttore Commerciale e country speaker di Interroll Italia.

Verso la Supply Chain 4.0

Oltre a realizzare componenti intelligenti e cavalcare le nuove tecnologie, è opportuno fare un ulteriore passo avanti. La fabbrica deve diventare un vero e proprio ecosistema: ogni singolo macchinario deve essere connesso e comunicare con tutte le altri parti dell’azienda così da permettere al management di avere tutto sotto controllo e prendere le decisioni più appropriate in real time. Ma questo non basta ancora: in Italia, famosa per le sue filiere produttive, non è sufficiente avere una singola impresa connessa, ma tutte le imprese della filiera devono esserlo così da concretizzare effettivamente i vantaggi portati dall’Industry 4.0.

A che punto sono le industrie italiane?

Fino allo scorso anno la situazione era molto più preoccupante: basti pensare che il 38% delle realtà manifatturiere del nostro Paese non sapeva neppure il significato di Industry 4.0, percentuale che oggi, secondo alcune stime del Politecnico è fortunatamente sceso al di sotto del 10%. A questo però si aggiunge il continuo calo del nostro Paese nel Ranking per quanto riguarda il valore aggiunto del settore manifatturiero sul GDP mondiale: da quarti nel 1990 siamo passati a settimi nel 2014.

Come mai allora puntare, grazie al piano Calenda, sul Manifatturiero?

Una domanda questa che molti si sono posti pensando come investire nel turismo, nell’agricoltura o nei servizi potesse invece essere la soluzione per uscire dalla crisi iniziata nel 2008. In realtà, sebbene direttamente il settore manifatturiero incida solo per il 15% sul prodotto interno lordo del nostro Paese, coinvolge una serie di aziende del mondo della logistica, servizi, ict e manutenzione che partecipano per circa il 40% del PIL italiano. Il piano Calenda punta quindi a rafforzare un comparto che contribuisce al 55% del nostro PIL. Con l’iper ammortamento, l’obiettivo è pertanto quello di riattivare gli investimenti fermi ormai da diversi anni: basti pensare che oggi il comparto macchine ha un’età media di 12 anni (valore aumentato di 3 anni negli ultimi 10 anni), mentre in Germania è di soli 4 anni. Le spiegazioni del calo Italiano rispetto alle altre nazioni mondiali sono quindi dovute ad una minore produttività e colmare questo Gap risulta fondamentale anche perchè le potenzialità ci sono: nel 2016 il nostro Paese ha raggiunto il massimo storico nelle esportazioni di prodotti manifatturieri.

E’ necessario investire, così da sfruttare al massimo le potenzialità del digitale. Se però i macchinari rimangono vecchi e poco produttivi si assisterà ad una digitalizzazione dello spreco. Alla luce delle difficoltà economiche di oggi, gli investimenti possono anche avvenire nel tempo e a macchia di leopardo. L’importante è partire e farlo nel più breve tempo possibile” ha aggiunto il professor Taisch.

Competenze determinanti per il successo dell’Industry 4.0 

Senza un pilota adeguato che non conosce perfettamente le caratteristiche della propria vettura difficilmente il team riuscirà a vincere la gara. Allo stesso modo se le aziende hanno le tecnologie più all’avanguardia possibile, ma nessuno che sappia sfruttarle allora qualsiasi investimento non sarà mai ripagato. Le competenze assumono quindi una componente determinante per la buona riuscita dei piani di Industry 4.0.

La formazione deve riguardare qualunque livello aziendale ed è bene investire in skill multidisciplinari piuttosto che specifiche a causa dell’elevato numero di tecnologie e sistemi con cui i lavoratori devono interfacciarsi. Un altro problema da dover risolvere è l’elevato divario tra i dipendenti più maturi e i millenials che rischiano di trovare luoghi di lavoro poco propensi alle nuove tecnologie. Inoltre, anche università e scuole dovrebbero essere ripensate a causa di un fenomeno preoccupante che sta crescendo nel nostro Paese: le imprese sono alla ricerca di personale qualificato che non viene assorbito nonostante una disoccupazione giovanile del 35% proprio per la mancanza di competenze adeguate” ha concluso il professor Taisch.