Lo scorso 28 febbraio, al temine di un panorama normativo che ha visto per 10 modifiche in 18 mesi, aziende e consulenti hanno presentato le certificazioni exPost a conclusione dei progetti di innovazione denominati Transizione 5.0. Un’agevolazione fiscale che, per molte aziende e consulenti, si è dimostrata un’autentica trappola. I continui cambiamenti, culminati con l’improvviso spostamento (effettuato nottetempo) di oltre metà delle risorse stanziate, poi parzialmente ricomparse, è infatti solo l’episodio più eclatante. Il progetto, concepito in modo pasticciato e gestito senza nessun rispetto per le aziende che hanno investito e per i professionisti che hanno dedicato risorse e competenze, è ancora avvolto da incertezze. Prova ne sono le continue modifiche ed i ritardi accumulati (oltre alle promesse non mantenute), che stanno mettendo in crisi le aziende, oltre a creare rivendicazioni ed amarezze.
Quando finirà?
La vicenda sembrava aver visto la propria fine lo scorso 3 aprile, quando il decreto chiamato a smentire radicalmente un analogo documento firmato dallo stesso ministro il 27 marzo (ovvero una settimana prima) riconosceva l’89,77% del credito spettante alle aziende che avevano visto riconosciuta l’innovazione ed il risparmio energetico del proprio progetto.
In realtà, leggendo attentamente il Decreto Legge, si scopre che i crediti spettanti per Legge venivano riconosciuti solo sui beni strumentali e non sugli impianti di autoproduzione dell’energia e nemmeno sui costi delle certificazioni tecniche e contabili, del resto particolarmente gravose a causa della complessità delle comunicazioni imposte.
Proprio in riferimento a questi costi, si legge nell’ultimo decreto, i Crediti d’Imposta vengono inoltre riconosciuti “in proporzione alle spese sostenute per gli investimenti in impianti finalizzati all’autoproduzione di energia elettrica da fonti rinnovabili destinata all’autoconsumo, comprese le spese per i sistemi di accumulo dell’energia prodotta”… “e alle spese sostenute per le certificazioni relative alla documentazione contabile e per quelle necessarie alla dimostrazione della riduzione dei consumi energetici e della conformita’ al principio DNSH”.
Tempi incerti, senza rimostranze
Per tali costi, però, il documento non definisce né i tempi di erogazione dei crediti maturati e nemmeno le percentuali spettandosi, limitandosi a confermare che “Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy provvede all’erogazione dei contributi, sulla base delle informazioni fornite dal GSE in relazione alle spese sostenute, secondo le modalità individuate con proprio decreto”. E proprio tale decreto, a quasi un mese dal precedente e a quasi due mesi dalla presentazione di tutte le richieste, non è mai stato emesso. E, del resto, appare impossibile ipotizzare che i funzionari incaricati non abbiamo ancore concluso i conteggi delle domande presentate attraverso la piattaforma informatica del GSE…
Cosa è successo? Quando verranno riconosciuti i crediti per i quali aziende e professionisti hanno concesso fiducia allo Stato italiano? Difficile rispondere.
Ma quello che più stupisce è il silenzio delle associazioni imprenditoriali di categoria e degli ordini professionali. Nessuno di loro, infatti, ha ancora avuto il coraggio di alzare la voce a fronte di ritardi che creano significativi problemi economici ad aziende e professionisti…
