La manifattura italiana è la seconda d’Europa per dimensioni, ma opera sotto una pressione crescente: costi energetici elevati, difficoltà nel reclutamento di profili qualificati e una concorrenza internazionale che non si arresta. Secondo il nuovo studio How the Factory of the Future Is Reshaping the Economics of Manufacturing Competitiveness del BCG Institute, l’istituto di ricerca di Boston Consulting Group (BCG), la Fabbrica del Futuro (FoF), ovvero l’insieme integrato di intelligenza artificiale, automazione avanzata e sistemi agentici, può cambiare questa equazione in modo strutturale: in alcuni comparti, investire negli impianti esistenti è già oggi più vantaggioso che delocalizzare.
Efficienza incrementata del 60%
L’analisi, condotta attraverso un indice proprietario che integra 42 fattori di costo e qualitativi, unita a una survey su 1.000 produttori globali, evidenzia che i guadagni di produttività raggiungibili con l’innovazione degli impianti nei settori analizzati arrivano fino al 60% nei casi più favorevoli, come la torrefazione del caffè in Europa Occidentale, dove i costi di conversione scendono fino a 43 punti percentuali. Il meccanismo è sistemico: non si tratta di automatizzare singole celle produttive, ma di riprogettare l’intera catena operativa (dalla gestione dei materiali ai controlli di qualità, dalla pianificazione energetica alla manutenzione predittiva) creando un effetto composto che investe tutta la struttura dei costi.
A livello europeo, la posta in gioco è ancora più alta. Lo studio stima che 1.031 miliardi di dollari di valore aggiunto manifatturiero dell’Europa occidentale e nordica siano a rischio di delocalizzazione senza interventi. Tramite l’implementazione di politiche di supporto all’innovazione, flessibilità del lavoro, investimento nelle competenze digitali e riduzione del costo dell’energia, la quota a rischio scende dal 40% al 12%, proteggendo 712 miliardi di dollari.
«La manifattura italiana è un’eccellenza che ha retto a molte pressioni, ma la finestra per agire si sta restringendo», commenta Jacopo Brunelli, Managing Director e Senior Partner di BCG. «Quello che questo studio ci dice è che la tecnologia, per la prima volta, può ribaltare la logica della delocalizzazione in alcuni settori fondamentali per il tessuto industriale italiano. Tuttavia, non è automatico: serve un salto di scala nell’adozione, e questo richiede investimenti, competenze e un contesto normativo che non freni la riorganizzazione produttiva. L’Italia ha gli strumenti, pensiamo al credito d’imposta sugli investimenti in automazione Transizione 5.0 che arriva fino al 45%, ma le aziende devono decidere ora».
Con l’innovazione i costi produttivi saranno come in Cina
Per l’Italia, l’indagine sviluppa un’analisi specifica a partire dal caso reale di una fabbrica brownfield1 di componentistica automotive che serve il mercato locale. Oggi, senza interventi, produrre sul territorio nazionale costa il 12% in più rispetto alla Cina, mentre con l’innovazione, quel divario scompare: le spese di conversione scendono alla stessa quota in entrambi i Paesi. Un risultato analogo vale per il settore alimentare, dove con l’upgrade tecnologico l’Italia raggiunge la piena parità competitiva con la Cina per servire il mercato locale, partendo da un gap iniziale di 14 punti. In altri segmenti, come l’elettronica, l’aggiornamento riduce il gap ma non lo elimina del tutto e la delocalizzazione resta l’opzione più proficua. Il quadro è quindi differenziato per filiera: la scelta tra upgrade locale e rilocalizzazione non ha una risposta unica, ma va affrontata settore per settore, impianto per impianto.
Due fattori condizionano profondamente la capacità dell’Italia di realizzare i guadagni attesi. Il primo è la flessibilità del mercato del lavoro: lo studio mostra che nei Paesi in cui questa è maggiore, il periodo di recupero dell’investimento in automazione si accorcia in misura tale da rendere l’upgrade preferibile alla rilocalizzazione. Il secondo è la disponibilità di abilità digitali e infrastrutture tecnologiche: su questo indicatore composito, l’Italia si classifica nona su diciannove Paesi analizzati, con un punteggio di 6.3 su 10, dietro a Germania, Giappone, Francia e Corea, ma davanti a Polonia e Spagna. Un posizionamento intermedio che lascia margini di miglioramento concreti.
La tecnologia aiuta l’uomo, non lo sostituisce
«La manifattura ha una caratteristica che spesso si dimentica nel dibattito sull’automazione: c’è sempre una trasformazione fisica. Questo significa che la tecnologia aiuta, ma non sostituisce integralmente il lavoro umano, soprattutto in quei processi dove il giudizio e la destrezza restano insostituibili», sottolinea Brunelli. «In un Paese dove quasi il 28% delle imprese industriali dichiara già oggi difficoltà gravi nell’attrazione dei talenti, la Fabbrica del Futuro può svolgere un ruolo diverso: non togliere lavoro, ma consentire a una forza lavoro che invecchia e che non riesce più a portare avanti certe mansioni, di fare di più, meglio e in condizioni diverse. È un’opportunità di reinvenzione, non solo di riduzione dei costi».
La logica competitiva della manifattura globale si sta ridisegnando attorno a una domanda diversa rispetto al passato: non più dove il lavoro costa meno, ma dove l’innovazione può essere dispiegata nel modo più efficace. Per l’Italia, rispondere a ciò è una scelta che si gioca adesso.
